Birre bionde ed ecopelle

Questo doveva essere un racconto lungo, o un brevissimo romanzetto, ma mi sento bloccata. Perciò adesso ve lo cuccate così com'è, bozzolo di qualcosa che un giorno forse nascerà.

BIRRE BIONDE ED ECOPELLE.

Questa è una storia di furgoni e di alcol, mettiamo in chiaro le cose. Qui non c’è spazio per le smancerie, i vezzeggiativi e le cose rosa. A meno che non sia un maiale. Letteralmente o figurativamente, questo decidetelo voi.  In realtà i furgoni non sono molti. In realtà il furgone è uno solo. L’alcol invece da solo si sente male, e viaggia sempre in grandi quantità. E’ merito suo se poi avvengono i miracoli. Altro che gesùccristosuperstar, metti una cassa di birra o due e un pugno di ragazzi post adolescenti pre-adulti giovani vecchi e poi vediamo chi ha ragione.  No, è vero, la birra non basta. Allora ti aggiungo una bottiglia di vodka liscia e dai, pure qualche cubetto di ghiaccio perché questa storia di  un furgone, un pugno di ragazzi, sempre quelli, e molteplice alcol è più divertente se di mezzo ci mettiamo un’estate torrida.

“Passa qua”.

In risposta un grugnito, e la bottiglia di birra gelata viene passata da una mano sudata all’altra. L’afa di un piazzale asfaltato in una notte di metà agosto non è cosa da poco, riduce al minimo le facoltà cognitive e così un grumo di ragazzi verso i trenta si ritrova a comunicare a livelli imbarazzanti anche per i primi sapiens. In questo caso, i ragazzi stanno aspettando. Non lo sanno neanche loro bene perché abbiano deciso di intraprendere quel viaggio all’improvviso, avendo la brillante idea di partire proprio quella notte. Lo sapevano che il risultato sarebbe stato questo. Stanno lì e aspettano. Aspettano che il primo panettiere apra per fare colazione, perché ormai sono le quattro e manca poco. Intanto la scorta di birra per la vacanza sta già calando miseramente, metti assieme quei quattro cinque fegati  allenati e il sorriso sulle labbra vedrai che ti passa subito. Non crederci neanche un momento  di arrivare a bere anche tu, ragazzetta di passaggio nella loro vita, non attingerai mai a quella  fonte inesauribile di gioventù umida e intensa.

“Oh ma che ora è?”

Lo sguardo in risposta alla domanda è una specie di preghiera cattiva per continuare a stare in silenzio. Loro stanno bene in silenzio. E poi è giunta quell’ora che è quasi fredda anche in estate, quando l’ultimo calore residuo del giorno lascia spazio al buio che ancora resiste prima del nuovo sorgere del sole. State zitti perdio, e guardate come svaniscono le stelle nel cielo che sta sbiadendo tutto, a poco a poco. Manca poco, per tutto quanto. Lo sanno già che appena il sole sarà sopra l’orizzonte avranno tutti la loro bella brioche calda in mano e il caffè ingurgitato velocemente che brucia l’esofago. E allora sarà finalmente l’ora giusta per partire. Eccolo il furgone. È lì che attende, porte aperte per dissipare il calore dagli appiccicosi sedili di finta pelle e l’odore stantio di sigarette dalla tappezzeria. 

“Ragazzi le brioche, andiamo”.

Quel profumo è il migliore del mondo dopo una notte di festa  e ruote sciolte sull’asfalto. Dopo il caffè energico non c’è niente di meglio per le tue papille di una brioche calda e fragrante,  che si squaglia sulla lingua e ti graffia piano il palato, perché come tutte le cose più dolci in questo mondo, anche la brioche ha il suo lato violento, e a questa cosa della violenza insita in tutto ti ci abituano fin da piccolo, che così quando ti scotti la lingua con la crema al cioccolato dal pentolino della nonna, oltretutto, te le senti. E la crema al cioccolato è sempre così dolce che ti fa venir voglia di bere un litro d’acqua tutto assieme, e invece tu continui con quella tortura extrazuccherina.

“Metto in moto”.

Due culi si staccano lentamente dalla lamiera del camioncino, gli altri due dall’asfalto grumoso, staccando i sassolini appiccicatisi alla pelle delle gambe, quelli piccoli che ti lasciano l’impronta. Sembra che il viaggio stia per iniziare davvero adesso. Il motore del vecchio furgone è caldo, le birre sono ancora fresche, la colazione è andata e sono tutti pronti.  Negli occhi hanno il riflesso del sole che è già una palla gialla lontana nell’aria che trema all’orizzonte, fra la ringhiera che costeggia il parcheggio e il mare che si frange sugli scogli li sotto. Il furgone si muove, imbocca la strada, parte. Partono. Non sembra nemmeno la partenza di una vacanza, sembra quasi un addio per sempre, alla routine, al gruppo di amici comuni, al mondo suburbano della loro generazione. Ma non facciamola così lunga, sti quattro cinque semi trentenni stanno solo andando a farsi tre giorni in tenda sulla prima spiaggia vuota e libera della costa croata. E da qui, l’avamposto orientale italiano, la regione dimenticata da tutti, sono due ore di viaggio, quindi non esageriamo, è solo una piccola vacanza dalla vita di operaio, impiegato, precariato e volontariato.

“Stronzi, al confine niente birra che ci inculano”

Forse è ora di fare qualche nome che a parlare sempre senza soggetto è difficile. Il consiglio saggio viene dal cervello finalmente sveglio di Guido, quello che guida, ah, ironia della sorte. Nomina sunt omina, residuo fisso di nozionismo liceale, ma ci sta a pennello. Guido non è solo quello che guida il furgone, guida un po’ tutti loro nelle avventure, nelle serate noiose e anche in quelle molto molto fighe, e per ora non ho niente da aggiungere. Poi ci sono Bobo, Caco, Pani e Artiglio. Artiglio artiglia le donne, ci gioca e, il più delle volte, viene bellamente scaricato dopo due settimane di intense emozioni e scopate selvagge alla luce della luna. Bobo è  un soprannome un po’ canino, perché è un po’ canino anche lui. Fiuto incredibile, fiato mattutino pestilenziale, una scorta di Vigorsol in tasca e grandi denti bianchi, canini appuntiti e fame, sempre tanta fame, per riempire quel corpo lungo e sottile dotato di pancetta e ginocchia valghe. Caco e Pani non vivono l’uno senza l’altro. C’è chi dice che se mai si sposeranno, sarà fra di loro, che le donne che hanno avuto le hanno condivise come fossero tocchi di pane da spartire equamente, un giorno a te l’altro a me, che in realtà in un’altra vita erano gemelli, o magari addirittura due metà della stessa persona e cosa volete che vi dica, Caco e Pani sono così. Belli come l’aria. E se mi chiedete come fa ad essere bella l’aria, provate a vivere senza.

“Ecco perché sta bottiglia non finisce mai: è da 75, mica da 66”.


Un lampo scorre negli occhi di tutti. “Cazzo siamo dei rincoglioniti” sembra essere il pensiero comune. E visto che è comune nessuno di loro sente il bisogno di esprimerlo apertamente. Ci ha pensato Caco a dire l’essenziale facendo la consueta giornaliera figura di merda, e alzare un sopracciglio sembra decisamente un movimento sufficiente per tutta la banda.  Gli ultimi sorsi e via, bottiglie di vetro finiscono giù per la scarpata schiantandosi sui cespugli secchi nell’agosto sloveno. Il confine è un kilometro più avanti, gli occhiali da sole sono sui nasi affilati e tondi di questi uomini in fieri, il mood rilassato tra finestrini aperti, sigarette mezze fumate e sorrisi pre-fabbricati pro-dogana. Tutto scorre liscio sotto la faccia menefreghista del poliziotto sloveno e anche di quello croato, solo un tantino più simpatico. Sembra quasi un miracolo che non vi sia coda, e la strada costiera è subito sotto di loro, l’odore di mare li risveglia e magari è anche il fatto che stanno uscendo tutti dalla sbornia della sera precedente e ormai è aria di vacanza vera, ora che attorno ci sono solo scritte incomprensibili e cartelli stradali gialli. Le strade le scelgono a caso, che tanto non hanno una meta precisa. Finché c’è carburante loro carburano. Sia quello nel serbatoio del furgone che quello nel frigo portatile per i loro stomaci vuoti. Però non sono sprovveduti. Guido guida e non beve. Li tiene tutti a galla ogni volta che escono assieme. È confortante avere un amico quasi astemio quando l’unico modo che si conosce per stare bene è finire sbronzi marci a rotolarsi in qualche campo di erbacce e ortiche con la ragazza di turno quella sera, per poi concludere a testa bassa in un angolo buio, a risalutare tutto ciò che si era ingurgitato fino a qualche ora prima.

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