giovedì 10 aprile 2014

Film: The Special Need

The special need

Il primo esperimento cinematografico di Carlo Zoratti, giovane regista udinese, è un piccolo gioiello. Ci permette di entrare in un mondo che a molti di noi resta sconosciuto, e che molti altri conoscono per via diretta, o indiretta. L'ho trovato commovente, dolce, vero, ironico, aspro, pieno di tutti gli aspetti della vita normale di tutti noi. E in più, pieno di questi aspetti invece diversi, che vediamo negli occhi e nei gesti di Enea, Enea che interpreta se stesso e ci avvicina con le sue stesse parole e i suoi stessi sguardi a un mondo che è il nostro stesso mondo di sempre, ma che è anche altro. E c'è la frustrazione, l'amore, l'illusione, la gioia e la crescita. Un piccolo road movie con luci bellissime, che a me ha dato tanto. Forse per la vicinanza ai luoghi, forse per il riconoscere la nostra inflessione dialettale nel parlato, forse perché viaggiare su un Westfalia guardando solo avanti a me è un mio sogno da tanti anni, forse perché semplicemente è così come appare. E ho già detto troppo. Se vi capita fra le mani, se ne scoprite l'esistenza, guardatelo.


mercoledì 2 aprile 2014

Birre bionde ed ecopelle

Questo doveva essere un racconto lungo, o un brevissimo romanzetto, ma mi sento bloccata. Perciò adesso ve lo cuccate così com'è, bozzolo di qualcosa che un giorno forse nascerà.

BIRRE BIONDE ED ECOPELLE.

Questa è una storia di furgoni e di alcol, mettiamo in chiaro le cose. Qui non c’è spazio per le smancerie, i vezzeggiativi e le cose rosa. A meno che non sia un maiale. Letteralmente o figurativamente, questo decidetelo voi.  In realtà i furgoni non sono molti. In realtà il furgone è uno solo. L’alcol invece da solo si sente male, e viaggia sempre in grandi quantità. E’ merito suo se poi avvengono i miracoli. Altro che gesùccristosuperstar, metti una cassa di birra o due e un pugno di ragazzi post adolescenti pre-adulti giovani vecchi e poi vediamo chi ha ragione.  No, è vero, la birra non basta. Allora ti aggiungo una bottiglia di vodka liscia e dai, pure qualche cubetto di ghiaccio perché questa storia di  un furgone, un pugno di ragazzi, sempre quelli, e molteplice alcol è più divertente se di mezzo ci mettiamo un’estate torrida.

“Passa qua”.

In risposta un grugnito, e la bottiglia di birra gelata viene passata da una mano sudata all’altra. L’afa di un piazzale asfaltato in una notte di metà agosto non è cosa da poco, riduce al minimo le facoltà cognitive e così un grumo di ragazzi verso i trenta si ritrova a comunicare a livelli imbarazzanti anche per i primi sapiens. In questo caso, i ragazzi stanno aspettando. Non lo sanno neanche loro bene perché abbiano deciso di intraprendere quel viaggio all’improvviso, avendo la brillante idea di partire proprio quella notte. Lo sapevano che il risultato sarebbe stato questo. Stanno lì e aspettano. Aspettano che il primo panettiere apra per fare colazione, perché ormai sono le quattro e manca poco. Intanto la scorta di birra per la vacanza sta già calando miseramente, metti assieme quei quattro cinque fegati  allenati e il sorriso sulle labbra vedrai che ti passa subito. Non crederci neanche un momento  di arrivare a bere anche tu, ragazzetta di passaggio nella loro vita, non attingerai mai a quella  fonte inesauribile di gioventù umida e intensa.

“Oh ma che ora è?”

Lo sguardo in risposta alla domanda è una specie di preghiera cattiva per continuare a stare in silenzio. Loro stanno bene in silenzio. E poi è giunta quell’ora che è quasi fredda anche in estate, quando l’ultimo calore residuo del giorno lascia spazio al buio che ancora resiste prima del nuovo sorgere del sole. State zitti perdio, e guardate come svaniscono le stelle nel cielo che sta sbiadendo tutto, a poco a poco. Manca poco, per tutto quanto. Lo sanno già che appena il sole sarà sopra l’orizzonte avranno tutti la loro bella brioche calda in mano e il caffè ingurgitato velocemente che brucia l’esofago. E allora sarà finalmente l’ora giusta per partire. Eccolo il furgone. È lì che attende, porte aperte per dissipare il calore dagli appiccicosi sedili di finta pelle e l’odore stantio di sigarette dalla tappezzeria. 

“Ragazzi le brioche, andiamo”.

Quel profumo è il migliore del mondo dopo una notte di festa  e ruote sciolte sull’asfalto. Dopo il caffè energico non c’è niente di meglio per le tue papille di una brioche calda e fragrante,  che si squaglia sulla lingua e ti graffia piano il palato, perché come tutte le cose più dolci in questo mondo, anche la brioche ha il suo lato violento, e a questa cosa della violenza insita in tutto ti ci abituano fin da piccolo, che così quando ti scotti la lingua con la crema al cioccolato dal pentolino della nonna, oltretutto, te le senti. E la crema al cioccolato è sempre così dolce che ti fa venir voglia di bere un litro d’acqua tutto assieme, e invece tu continui con quella tortura extrazuccherina.

“Metto in moto”.

Due culi si staccano lentamente dalla lamiera del camioncino, gli altri due dall’asfalto grumoso, staccando i sassolini appiccicatisi alla pelle delle gambe, quelli piccoli che ti lasciano l’impronta. Sembra che il viaggio stia per iniziare davvero adesso. Il motore del vecchio furgone è caldo, le birre sono ancora fresche, la colazione è andata e sono tutti pronti.  Negli occhi hanno il riflesso del sole che è già una palla gialla lontana nell’aria che trema all’orizzonte, fra la ringhiera che costeggia il parcheggio e il mare che si frange sugli scogli li sotto. Il furgone si muove, imbocca la strada, parte. Partono. Non sembra nemmeno la partenza di una vacanza, sembra quasi un addio per sempre, alla routine, al gruppo di amici comuni, al mondo suburbano della loro generazione. Ma non facciamola così lunga, sti quattro cinque semi trentenni stanno solo andando a farsi tre giorni in tenda sulla prima spiaggia vuota e libera della costa croata. E da qui, l’avamposto orientale italiano, la regione dimenticata da tutti, sono due ore di viaggio, quindi non esageriamo, è solo una piccola vacanza dalla vita di operaio, impiegato, precariato e volontariato.

“Stronzi, al confine niente birra che ci inculano”

Forse è ora di fare qualche nome che a parlare sempre senza soggetto è difficile. Il consiglio saggio viene dal cervello finalmente sveglio di Guido, quello che guida, ah, ironia della sorte. Nomina sunt omina, residuo fisso di nozionismo liceale, ma ci sta a pennello. Guido non è solo quello che guida il furgone, guida un po’ tutti loro nelle avventure, nelle serate noiose e anche in quelle molto molto fighe, e per ora non ho niente da aggiungere. Poi ci sono Bobo, Caco, Pani e Artiglio. Artiglio artiglia le donne, ci gioca e, il più delle volte, viene bellamente scaricato dopo due settimane di intense emozioni e scopate selvagge alla luce della luna. Bobo è  un soprannome un po’ canino, perché è un po’ canino anche lui. Fiuto incredibile, fiato mattutino pestilenziale, una scorta di Vigorsol in tasca e grandi denti bianchi, canini appuntiti e fame, sempre tanta fame, per riempire quel corpo lungo e sottile dotato di pancetta e ginocchia valghe. Caco e Pani non vivono l’uno senza l’altro. C’è chi dice che se mai si sposeranno, sarà fra di loro, che le donne che hanno avuto le hanno condivise come fossero tocchi di pane da spartire equamente, un giorno a te l’altro a me, che in realtà in un’altra vita erano gemelli, o magari addirittura due metà della stessa persona e cosa volete che vi dica, Caco e Pani sono così. Belli come l’aria. E se mi chiedete come fa ad essere bella l’aria, provate a vivere senza.

“Ecco perché sta bottiglia non finisce mai: è da 75, mica da 66”.


Un lampo scorre negli occhi di tutti. “Cazzo siamo dei rincoglioniti” sembra essere il pensiero comune. E visto che è comune nessuno di loro sente il bisogno di esprimerlo apertamente. Ci ha pensato Caco a dire l’essenziale facendo la consueta giornaliera figura di merda, e alzare un sopracciglio sembra decisamente un movimento sufficiente per tutta la banda.  Gli ultimi sorsi e via, bottiglie di vetro finiscono giù per la scarpata schiantandosi sui cespugli secchi nell’agosto sloveno. Il confine è un kilometro più avanti, gli occhiali da sole sono sui nasi affilati e tondi di questi uomini in fieri, il mood rilassato tra finestrini aperti, sigarette mezze fumate e sorrisi pre-fabbricati pro-dogana. Tutto scorre liscio sotto la faccia menefreghista del poliziotto sloveno e anche di quello croato, solo un tantino più simpatico. Sembra quasi un miracolo che non vi sia coda, e la strada costiera è subito sotto di loro, l’odore di mare li risveglia e magari è anche il fatto che stanno uscendo tutti dalla sbornia della sera precedente e ormai è aria di vacanza vera, ora che attorno ci sono solo scritte incomprensibili e cartelli stradali gialli. Le strade le scelgono a caso, che tanto non hanno una meta precisa. Finché c’è carburante loro carburano. Sia quello nel serbatoio del furgone che quello nel frigo portatile per i loro stomaci vuoti. Però non sono sprovveduti. Guido guida e non beve. Li tiene tutti a galla ogni volta che escono assieme. È confortante avere un amico quasi astemio quando l’unico modo che si conosce per stare bene è finire sbronzi marci a rotolarsi in qualche campo di erbacce e ortiche con la ragazza di turno quella sera, per poi concludere a testa bassa in un angolo buio, a risalutare tutto ciò che si era ingurgitato fino a qualche ora prima.

mercoledì 5 marzo 2014

Film : La grande Bellezza

Ho appena spento la tivù. Anzi, per me è come se fosse spenta, mia madre continua invece a dormicchiare raggomitolata sotto la coperta nell'angolo più comodo del divano. Sarà per questo che non mi sono addormentata, o forse perché volevo proprio finire di vederlo, il film. Di minuto in minuto cercavo con attenzione di captare il momento del cambio di registro, la parola chiave, di svolta, o l'inizio di una storia che fosse tale, insomma, un appiglio, un qualcosa. Niente. E non fraintendete, a me il film è piaciuto. E' stato un piacere guardarlo, fra le stereotipate critiche - a tutto il genere umano, chè il particolare è spesso sinonimo e rappresentante dell'universale - e la deliziosa fotografia, fra lo splendore dell'arte e la decadenza della pelle, in un turbinare di oggetti, persone e luoghi, una specie di horror vacui fatto film, in tutta quella luce e quelle pose che ricordano quadri di Caravaggio e fotografie di reportage di luoghi lontani assieme, mischiate. In tutto il film vi è un estremo senso del bello, dell'estetica, e un'estrema sensazione di vuoto nonostante il "pieno" delle immagini. Ecco. Io non saprei che altro aggiungere.
Nella vita vera, quando si vive qualcosa di bello, e quando lo si vede, ci si sente permeati da qualcosa, si gioisce del momento, ci si sente parte di quella situazione, di quella sensazione, non si può smettere di ridere, o di rimanere con lo sguardo fisso e il sorriso estatico, nella contemplazione. E poi resta tutto dentro, e lo si rivive, e lo si ricorda, è qualcosa di pieno, davvero, di fisico quasi. E' significante e significato assieme, contenitore e contenuto. Io, nel caso di questo film, vedo un bellissimo contenitore, e un contenuto che vi sciaborda dentro, come quando una mano anziana fa tremare la tazza di te e le gocce brune finiscono sulla pelle già macchiata dall'età.

sabato 25 gennaio 2014

mentre tutto si muove

Le luci guizzanti, la musica assordante e il suo ritmo convulso fanno da sfondo a questo incontro. I corpi caldi dentro alle magliette sudate sono i protagonisti. C'è tutto un movimento, un saltare, ancheggiare, muovere le mani e alzare le braccia al cielo, e ci sono questi due piccoli animali selvaggi che si trovano a scuotere veloci le loro teste una accanto all'altra. Non ci fanno caso, ci sono gli amici attorno e tante facce conosciute per lui, per lei una banda di nuovi volti, che sta ancora studiando e dai quali viene ancora un pò studiata. Ma ci sono solo sorrisi nell'aria, ci si sente a proprio agio e così quei due ogni volta si trovano sempre più vicini. Un drink tira l'altro, gli effetti di luce nell'alcol si riflettono e regalano bagliori blu sulle facce colorate di giallo fluorescente. Il gruppo è lontano e loro due sempre più vicini. Ballano, coordinati, una canzone commerciale di qualche anno fa, un remix di qualcosa o un ritmo nuovissimo. Lei non lo sa più. E' concentrata. Sta succedendo. Sorrisi a fior di labbra e occhi negli occhi, finchè gli occhi si chiudono e le bocche si aprono e la magia accade. Un baciarsi infinito, violento, forte come la musica, o forse forte proprio per sovrastare la musica. Da lì in poi è tutto un rincorrersi e un cercarsi, i corpi si toccano e si vogliono, i respiri sul collo dell'altro forti e caldi, pelle salata e dolce assieme. E poi tutto finisce. C'è il paninaro delle cinque di mattina, c'è il bacio intenso della buonanotte. Ci sono i messaggi nei giorni seguenti, un pò timidi un pò dolci. C'è il mistero di qualcosa che non si è ancora concluso e la voglia di vedere cosa succederà.

mercoledì 15 gennaio 2014

e lui.

C’è una stanza, e nella poca luce di un tramonto senza sole si vedono i mobili, una libreria su un lato e una scrivania di legno, di quelle vecchie, accanto. E  la sua sedia, anch’essa di legno, anch’essa vecchia, tarlata, che odora di altri tempi e altre stanze. La luce arriva dalla finestra, grande, con tende leggere e color della sabbia, che non sai mai quanto sia grigia e quanto dorata. Anche la luce è del colore della sabbia. In tutta questa sabbia spicca in mezzo alla stanza il pianoforte. È un pianoforte lucido e nero, su esso scintillano i granelli di polvere se la luce li colpisce con la giusta inclinazione. E al pianoforte è seduto un uomo. Anche la sua barba è del colore della sabbia, ma è sabbia dorata, e i suoi occhi sono del colore del cielo, ma è il cielo terso dell’estate. E lui suona una melodia nuova alle mie orecchie, che sono lì e ascoltano. Le mie orecchie. I miei occhi guardano. La mia pelle sente. Il mio naso annusa.  Frequenze nell’aria, che le orecchie sentono, che gli occhi guardano, che la pelle sente, che il naso annusa. Dalla soglia vedo e sento i piedi muoversi in avanti. Come una calamita. Attratti. Tutta la mia pelle vuole essere partecipe. Alla fine della melodia io sono lì, in mezzo alla stanza assieme al pianoforte e all’uomo e io sono solo io, spoglia e del colore della sabbia  e dell'erba e calda del colore del sole. Tutti i miei sensi vogliono essere toccati e l’unico pensiero che forma una parola dentro me è il gusto. E lui…

domenica 5 gennaio 2014

Libri. 14: La camera Azzurra





Questo è il mio primo Simenon. Mi è stato regalato da mia madre per Natale, così un po’ per il tempo libero e un po’ per curiosità, ho deciso di leggerlo. E l’ho divorato. Una scrittura meravigliosa, una storia intrigante, immagini dolci e crude assieme, un amore quasi crudele e un uomo che in fondo al cuore lo senti, che è buono, ma proprio non ce la fa, e finisce con l’essere incastrato in una situazione quasi comica, e molto tragica, nella quale finisce per arrendersi e lasciarsi trasportare, dagli eventi, dalle parole, dai rituali.

 Leggetelo, e non ve ne pentirete.

sabato 4 gennaio 2014

Mi sa che ho un problema adesso. e ho così tanta voglia di amare e di sentirmi amata, e di non sentirmi sola, e di ricevere un bacio sincero davanti al mondo. Ho un vuoto, che adesso è ancora piccolo, ma lo sento allargarsi ogni giorno di più, un millimetro alla volta. Devo realizzarmi, lavorare, crescere per me stessa, ma in tutto questo quel buco non si riempirà mai, è un buco speciale che solo un altro può riempire, e non è nemmeno lo spazio degli amici dentro di me, è un'altra cosa, è quella cosa speciale che ci fotte, tutti quanti. L'amore è la cosa più bella assieme alla più brutta. Non è un caso che amore e morte vadano sempre a braccetto dagli albori della storia umana. E quello è il mio buco nero nei polmoni.

Fuori, intanto, sorrido e voglio abbracciare tutti e baciare qualcuno, ogni tanto. Voglio sentire di nuovo un corpo nudo su di me, quel calore che nessuna coperta e nessun vestito potranno mai eguagliare.

E in ogni caso, questo è vivere.

giovedì 2 gennaio 2014

cuore facile

Ho il cuore facile.
 Dagli un minimo appiglio, la punta del mignolo a cui aggrapparsi, ed esso con tutte le forze pretenderà di avere la mano, il braccio, il corpo intero. 
Che poi forse, è anche una salvezza. 
Non si deprime più di tanto, il mio cuore. 
Ha i suoi momenti no, è ovvio. 
Che poi coincidono con il momento più clou di una festa, per esempio. 
O altre situazioni decisamente non idonee. 
Ma in un certo senso sono ancora felice.
 O forse di nuovo, felice. Cuore facile e felice. 
C'è una cosa sola di ieri sera che cancellerei per sempre dalla memoria e che non rifarei per niente al mondo, ma tutto il resto, tutto quanto è stato perfetto e c'era tanto affetto, tanti abbracci, tanti baci. 
Tenerezza. 
Una notte tenera e piena di vita, ecco cosa è stata.
 Ho paura di dirlo ad alta voce ma questo 2014 sembra essere iniziato col piede giusto.
 E staremo a vedere. 


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