martedì 26 marzo 2013

Barba di Gropp


[…] una volta, nelle Prealpi Orobiche, sopra il paesino di Ollera, in Val di Nese, a due passi dalla pianura, ho incontrato nella neve un gregge guidato da un solitario, roncola alla cintura, pelle segnata dalle intemperie, che aveva per soprannome Barba di Gropp. Scendeva come al rallentatore, anche le pecore erano un fiume lento. La barba grigia gli arrivava alle ginocchia, non se la tagliava mai. Era così lunga che se la teneva dentro il maglione , così che aveva conservato un riflesso giallo-senape che invece mancava nella parte esposta al sole. Aveva un bastone vecchio di trecento anni, cercò di ripetermi i nomi di chi l'aveva avuto prima di lui, ma a un certo punto si fermò perché, disse, le dita di due mani non gli bastavano per tutte le generazioni.
In bocca a quell'eremita avevo sentito per la prima volta un parlare bergamasco che non fosse imbarbarito dal capannone. Barba di Gropp scendeva nel querceto con passo morbido, gridava “Biri!” alle bestie, che immediatamente lo ascoltavano girandosi verso di lui, e io mi sentivo in Mongolia, non in Lombardia. “Un giorno mi ero ammalato gravemente”, raccontò, “ e avevo perso conoscenza. Sognai che ero davanti a una porta aperta piena di luce fortissima e rossastra. Su quella porta c'era San Pietro. Il vecchio mi faceva cenno di entrare, ma io gli dissi : ' Vediamo chi ha la barba più lunga'. Lui era sicuro di battermi. Io tirai fuori la mia barba nascosta nel maglione, che era lunga un metro, e vinsi. Quando mi svegliai ero sfebbrato e fuori pericolo.” Barba di Gropp disse che chi vive all'aperto sogna in modo diverso dalla gente di città. Soprattutto sa leggere i propri sogni.”

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti”, I Narratori Feltrinelli, Milano 2007, pag.119)

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